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Una nuova azione militare del governo sudanese ha causato la morte di circa cinquanta persone, per lo più civili ma anche esponenti del gruppo del Slm che nel 2006 firmò l’accordo di pace con il governo di Khartoum ad Abuja, in Nigeria.
Ora, dopo l’attacco lanciato dalle truppe governative alla città di Muhajeria, nel Darfur del Sud, area sotto il loro controllo. I ribelli minacciano di riprendere le ostilità.
Khartoum, come al solito, ha smentito ogni coinvolgimento, affermando che la città sarebbe stata presa d’assalto da “tribù della zona”.
Questo episodio segue la segnalazione di alcuni giorni fa di alcuni osservatori Onu i quali hanno denunciato che Haskanita, un villaggio del Darfur sotto il controllo delle truppe sudanesi, è stato raso al suolo presumibilmente in un atto di vendetta dopo l’attacco contro una base di peacekeepers della forza dell’Unione africana la scorsa settimana.
I ribelli della fazione del Movimento di Liberazione del Sudan guidato da Minni Minnawi affermano di avere le prove della responsabilità del governo per entrambi gli attacchi.
“Non sappiano dire quanti militari, janjaweed (miliziani arabi alleati del governo, ndr) e quanti aerei ci abbiano attaccato”, ha detto il portavoce di Minnawi, Saif Haroun “ma una cosa è certa: avevano divise e armi governative”.
“La nostra pazienza sta per esaurirsi – ha aggiunto il capo di stato maggiore dell’Slm, Arku Suleiman – chiediamo alla comunità internazionale di intervenire e avvertiamo che qualunque nuovo attacco delle forze governative contro Muhajeria o contro altre zone, determinerà la nostra ripresa delle ostilità e la nostra guerra sarà più dura, più diffusa e peggiore di quanto avvenuto in passato per il Sudan”.
Secondo quanto riferito da Suleiman, nell’attacco sono rimaste uccise 48 persone.
I dettagli sui combattimenti a Muhajeria sono ancora poco
chiari. La zona è da mesi interdetta agli operatori umanitari. Stando a un funzionario Onu, gli scontri sarebbero scoppiati alle 13 locali di ieri con un attacco dei janjaweed, ma la fonte non ha saputo confermare se i miliziani abbiano agito dietro ordine del governo o di propria iniziativa. I membri dell’Slm sarebbero stati cacciati dalla città poco prima del tramonto.
Il portavoce di Minnawi ha precisato che più della metà della città è stata data alle fiamme. Secondo i ribelli, la città ospita circa 160.000 persone, tra cui numerosi sfollati. Non è chiaro perché Khartoum abbia attaccato il gruppo di Minnawi. Il suo portavoce sostiene che il governo mira a rafforzare la sua posizione e a indebolire quella dell’Slm in vista dei colloqui di pace in Libia, in programma il prossimo 27 ottobre in Libia.
La violenza delle ultime settimane rischia tuttavia di far
fallire i negoziati, previsti in Nigeria, volti a porre fine a oltre quattro anni di conflitto. E tutto ciò non fa altro che rallentare il processo di pacificazione necessario a garantire la sicurezza della popolazione del Darfur che continua ad essere vittima di soprusi indicibili e delle conseguenze di questa sporca guerra.
Il conflitto, inoltre, rischia di ampliarsi oltre il Sudan. A lanciare l’allarme è il capo delle operazioni di peacekeeping dell’Onu, il francese Jean-Marie Guehenno, che ha sollecitato un adeguamento tecnologico per la forza di pace nella regione.
Secondo Guehenno, la situazione della sicurezza sul terreno si e’ deteriorata e al momento c’è un peggioramento della “spirale di violenza”, soprattutto nel sud del Darfur.
Il sottosegretario generale ha confermato la denuncia della missione dell’Onu in Sudan, secondo cui la popolazione di Haskanita, che si trovava sotto il controllo dell’esercito sudanese, ha subito l’aggressione di un gruppo armato non identificato.
“E’ preoccupante che una città sotto il controllo del governo sudanese sia messa a ferro e fuoco”, ha detto, ma l’accaduto dimostra “la necessità di poter contare su truppe mobili, con capacità di imporsi in qualunque
situazione”.
Guehenno ha confermato anche il recente attacco a una base di peacekeeper dell’Unione africana, sempre ad Haskanita, costata la vita a dieci soldati.
Secondo Guehenno, la missione di pace dell’Onu e dell’Ua (Unamid) deve essere rafforzata con varie unità di elicotteri da trasporto, veicoli da trasporto terrestre ed elicotteri tattici; il che permetterebbe all’Unamid un’adeguata mobilità e il potenziale di fuoco necessario per coprire l’intero Darfur, che ha un’estensione pari a quella della Francia.
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OSLO – Il premio Nobel per la pace è andato all’ex vice presidente americano Al Gore e al Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici (Ipcc) dell’Onu. Il vice di Clinton è stato premiato per il suo impegno e per la sua azione di sensibilizzazione sui rischi dei mutamenti climatici. Impegno che ha preso la forma del film-documentario “Una scomoda verità”, successo mondiale e premio Oscar 2007 come miglior documentario e per la migliore canzone originale. Proprio ieri il film è stato “processato” dall’Alta Corte di Londra, che lo ha accusato di contenere errori significativi e di essere inadatto alle scuole.
Il gruppo di esperti intergovernativo. L’Ipcc, Intergovernmental panel on climate change, è il comitato scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, la World Meteorological Organization (Wmo) e l’United Nations Environment Programme (Unep) allo scopo di studiare il riscaldamento globale. I rapporti periodici diffusi dall’Ipcc sono alla base di accordi mondiali quali la convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) e il protocollo di Kyoto che la attua. Il comitato è organizzato in tre gruppi di lavoro: il primo incaricato di valutare gli aspetti scientifici dei fenomeni; il secondo le conseguenze del cambiamento climatico e le possibilità di adattamento; il terzo analizza le soluzioni per limitare le emissioni di gas serra.
Le motivazioni. La motivazione del premio da parte del comitato per il Nobel, che ha scelto i vincitori fra 181 candidati, recita: “per i loro sforzi per costruire e diffondere una conoscenza maggiore sui cambiamenti climatici provocati dall’uomo e per porre le basi per le misure necessarie a contrastare tali cambiamenti”. Il premio di 1,5 milioni di dollari verrà così diviso in due.
Numero due di Clinton, premio Oscar e paladino della terra. Gore ha trascorso sedici anni al Congresso e otto alla Casa Bianca prima di diventare il più famoso paladino della lotta al riscaldamento del pianeta. Nato il 31 marzo 1948 a Washington, Albert Arnold ‘Al’ Gore, figlio di un famoso senatore del Tennessee ha respirato politica sin da bambino.
Laureato ad Harvard, Gore non cercò di evitare la divisa (pur essendo contro la Guerra del Vietnam) entrando nel 1969 nell’esercito e finendo per cinque mesi, nel 1971, in Indocina come giornalista militare. Poco prima di essere inviato in Vietnam aveva sposato nel 1970 Mary Elizabeth ‘Tipper’ Aitcheson, sua compagna di liceo.
Rientrato in patria Gore fece per cinque anni il giornalista passando poi a studiare legge, per poi lanciarsi in politica. Ha fatto il deputato per otto anni (dal 1977 al 1985) prima di passare al Senato dove è rimasto fino al 1993 quando è divenuto vice-presidente degli Stati Uniti, incarico che ha ricoperto fino al gennaio 2001.
Nelle elezioni del 2000 conquistò la candidatura democratica alla presidenza e quando l’America andò al voto i sondaggi lo vedevano collo a collo col rivale repubblicano George W. Bush. La battaglia tra i due fu decisa in Florida, dove, dopo una serie di colpi di scena e aspre battaglie legali, la vittoria fu assegnata a Bush – che nello stato aveva solo 537 voti in più di lui.
La profonda delusione politica lo fece concentrare sull’ambiente. Il suo libro “Una verità scomoda” diventa un bestseller mondiale e il documentario dallo stesso titolo vince nel febbraio di quest’anno l’Oscar. Nel suo discorso di ringraziamento Gore afferma che il problema del clima “non è una questione politica ma ormai una questione morale”. In luglio Gore ha organizzato il concerto mondiale “Live Earth” per rafforzare la consapevolezza del problema del clima.
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NEW YORK - Vanessa Alarcon li ha visti per la prima volta il mese scorso, nel corso di una manifestazione contro la guerra a Lafayette Square. “Ho sentito qualcuno esclamare: “Santo cielo, guardate là”". Così ricorda la studentessa di New York all’ultimo anno di università. “Ho alzato lo sguardo e mi sono chiesta che cosa fossero… sembravano libellule o elicotteri in miniatura. Di certo, però, non erano insetti”. Bernard Crane, avvocato di Washington, era anche lui tra la folla. “Mai visto nulla del genere in vita mia. Erano troppo grandi per essere libellule”.Questi sono soltanto alcuni tra i tanti avvistamenti avvenuti nel corso di recenti avvenimenti politici a Washington e New York. In molti sospettano che si possa trattare di droni (veicoli aerei telecomandati, Ndt) a forma di insetto, strumenti hi-tech di sorveglianza messi forse a punto dal Dipartimento per la Sicurezza Interna. Altri, invece, pensano che dopo tutto non sono altro che libellule, un’antica specie di insetti che perfino i biologi concordano essere molto somiglianti tanto a robot che a piccole creature.
Nessuna agenzia ammette di aver messo a punto droni spia delle dimensioni di un insetto, ma molteplici agenzie governative ed enti privati degli Stati Uniti effettivamente hanno ammesso che ci stanno provando. Alcune società di ricerca sovvenzionate con fondi federali stanno perfino allevando insetti vivi nei quali sono stati inseriti chip elettronici. Gli insetti robot – in inglese “robobug” – avrebbero la possibilità di seguire i sospetti, di guidare sul bersaglio i missili o di perlustrare le macerie degli edifici crollati alla ricerca di sopravvissuti.
A onor del vero, la Cia aveva messo a punto una libellula spia già negli anni Sessanta, e perfino gli scettici ammettono che un’agenzia potrebbe realmente essere riuscita in gran segreto a rendere una cosa del genere operativa e funzionale. Velivoli robot sono usati dall’esercito sin dalla Seconda guerra mondiale. Dai documenti del Dipartimento della Difesa emerge che sono oggi in uso un centinaio di modelli diversi, alcuni piccoli come uccellini, altri delle dimensioni di un piccolo aereo.
Nonostante tutto, però, passare dalle dimensioni di un uccellino a quelle di un insetto non è soltanto questione di dimensioni più minuscole. È soltanto in tempi molto recenti che gli scienziati sono infatti pervenuti a comprendere fino in fondo in che modo gli insetti riescano a volare, un’impresa biomeccanica che, nonostante tutti quanti ne siamo testimoni oculari, per decenni è stata ritenuta “teoricamente impossibile”.
Risale soltanto a un mese fa la scoperta, effettuata da alcuni ricercatori della Cornell University di come le libellule regolino il movimento delle loro ali anteriori e posteriori per risparmiare energia quando si librano in volo. Problema che gli esperti di robotica non riescono invece a risolvere in quanto i loro velivoli (almeno quelli conosciuti) tendono a consumare molta energia e necessitano quindi di batterie molto grandi e pesanti.
La Cia è stata tra le prime ad affrontare il problema.
L’insectothopter, messo a punto dall’ufficio Ricerche e Sviluppo della Cia trenta anni fa, era in tutto e per tutto simile a una libellula e conteneva un minuscolo motore a benzina in grado di azionare quattro ali. Era in grado di volare, ma alla fine fu considerato un insuccesso perché non era riusciva ad affrontare i venti di traverso. Che il Dipartimento della Difesa sia impegnato a cercare di mettere a punto una cosa del genere pare però pressoché assodato. Alcuni ricercatori stanno inserendo alcuni chip nelle pupe delle falene – lo stadio intermedio tra il bruco e la farfalla adulta in grado di volare – per far sì che si schiudano “falene cyborg” perfettamente sane.
Ma c’è anche chi prendendo ispirazione dalla Cia, sta cercando di costruire velivoli in grado di volare con carburanti chimici piuttosto che a batteria. L’Entomopter, ancora nelle fasi iniziali di sviluppo presso i laboratori del Georgia Institute of Technology, simile a un aereo giocattolo più che a un insetto, trasforma il combustibile liquido in gas bollente, che aziona quattro ali che battono e attrezzature varie.
Anche se un giorno tutte le difficoltà e gli ostacoli tecnici dovessero essere superati, i micro-velivoli dalle dimensioni di un insetto saranno sempre un investimento rischioso. “Possono essere ingoiati da un uccello, rimanere impigliati in una ragnatela. Per quanto intelligente possa essere se un uccello arriva a 30miglia orarie non c’è modo di evitarlo. Insomma non sono utilizzabili per operazioni di spionaggio”.
Ma allora, che cosa hanno visto Crane, Alarcon e qualche altro manifestante presente alla marcia di Washington? E che cosa vide nel 2004, durante la Convention Nazionale Repubblicana di New York, un osservatore – forse un manifestante paranoico che marciava per la pace – che descrisse su Internet una “libellula nera immobile nell’aria a una trentina di metri d’altezza, nel bel mezzo della Settima strada, che pareva fissarci”?
Con ogni probabilità, secondo Jerry Louton, entomologo del Museo Nazionale di Storia Naturale, hanno visto delle vere libellule, se si tiene conto che Washington ospita alcune specie di grandi dimensioni e decorazioni spettacolari, che possono lasciare sbalorditi. Ma in realtà ci sarebbero anche alcuni dettagli che secondo lui non quadrano affatto. Tre distinte persone presenti alla dimostrazione di Washington hanno descritto una fila di sfere, dalle dimensioni di piccole bacche, attaccate alla coda delle grandi libellule – un’attrezzatura che Louton non riesce a spiegarsi. Oltre tutto hanno anche riferito di aver visto almeno tre libellule far manovra all’unisono e “le libellule non volano mai in gruppo”.
Mara Verheyden-Hilliard di Partnership for Civil Justice ha detto che il suo gruppo sta svolgendo indagini sulle dichiarazioni dei testimoni e ha presentato una richiesta formale di informazioni con il Freedom of Information Act inoltrata a svariate agenzie federali. Secondo lei, se simili dispositivi dovessero essere usati per spiare gli attivisti politici si tratterebbe di una “significativa violazione dei diritti civili della popolazione”.
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Un impiegato che guadagna il classico stipendio di 1000 euro netti al mese dovrebbe lavorare circa 500 anni per portare a casa 6 milioni. Cioè quanto Kakà intasca in una stagione di lavoro. È lui, infatti, il calciatore più pagato della Serie A. L’asso del Milan ogni giorno versa in banca 17 mila euro, esclusi i premi.
A fare in conti in tasca ai calciatori è stata La Gazzetta dello sport che ha pubblicato tutte le cifre. In totale le uscite delle 20 squadre ammontano a 666 milioni di euro l’anno. I più fortunati sono loro, i campioni delle grandi che, per fare sognare i tifosi, spendono cifre esorbitanti, segnando un divario marcato con le cosiddette “piccole”.
Quando si parla di ingaggi, le cifre si intendono al netto. Alle spalle del paperone carioca Kakà c’è Totti. La Roma (che fra le compagini è la 4^ più spendacciona) gli garantisce 5,46 milioni. Sul podio anche Ibrahimovic che per le sue spese varie può contare su uno stipendio di 5 milioni. L’Inter invece ne spende 110, 10 in meno dei cugini del Milan che nella formazione dei più pagati schiera altri 4 assi: Pirlo, Seedorf, Nesta, e Gattuso e Kaladze i quali si accontentano di 4 milioni. Completano l’euro team gli interisti Viera (5 milioni), Samuel (4) e Chivu (3,5), e Buffon. Per difendere la porta della Juve (che spende 96,9 milioni per ritornare ai vecchi fasti), il portierone intasca 5 milioni.
Ma l’inchiesta della Gazzetta è ricca anche di curiosità. Oltre le big ci sono squadre che fanno salti mortali per far quadrare il bilancio. Il Cagliari è quella più accorta: Cellino fa uscire dalle casse rossoblù 11 milioni, un decimo di Milan e Inter, per intenderci. Fra i calciatori c’è poi anche chi si deve accontentare di paghe “proletarie”. I giocatori più “poveri” sono Mancosu e Koprivec del Cagliari, e Iacoponi dell’Empoli: per loro l’assegno è di 40 mila euro. Ma sono ancora giovani e magari un giorno potranno arrivare ad alti livelli. Gli esempi da seguire di certo non mancano.
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amente una delle pi
| # | Nome | Mld USD | Nazionalità | # 2006 | Fonte |
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